Maddalena di Canossa

maddalena_di_canossa_ridL’infanzia di Maddalena
La marchesa Maddalena Gabriella di Canossa nacque a Verona la sera del 1° marzo del 1774. Il padre si chiamava Ottavio e la madre Teresa Szluha  ed avevano una bambina di nome Laura che era nata nel 1772.
I suoi genitori attendevano un figlio maschio, l’erede della casata, ma nacque Maddalena lasciandoli nello sconforto. Erano tanto delusi che la madre esclamò irritata: “la butterei nell’Adige!” Il giorno dopo Maddalena ricevette il battesimo.
Dopo 2 anni, il 21 agosto 1776, nacque il fratellino Bonifacio e finalmente i suoi genitori furono contenti di aver avuto il tanto atteso figlio maschio. Bonifacio fu battezzato da un mendicante cieco, forse a scioglimento di un voto dei genitori. Il 7 ottobre 1777 nacque Rosa e l’8 maggio 1779 anche Eleonora. Ottavio e Teresa affidarono i loro figli alla nutrice Domenica Cobelli che si mostrò sempre affettuosa e fedele a Maddalena. Maddalena si distingueva tra i fratellini per il carattere esuberante e schietto, affettuoso e fermo. Purtroppo la sua fanciullezza fu segnata da tristi episodi. Il 5 ottobre 1779 moriva suo padre e la contessa Teresa, subito dopo, lasciò il palazzo e si risposò lasciando anche i figli. Maddalena aveva solo 7 anni e questo abbandono da parte della mamma la segnò per tutta la vita.

L’abbandono della mamma
La contessa Teresa, rimasta vedova, lascia il palazzo e si risposa.
Lascia anche i suoi figli e Maddalena sente tanto questo abbandono; le viene a mancare la figura materna. Maddalena cerca un’altra persona, una figura dove cercare quell’amore materno che è venuto meno quando la mamma Teresa è andata via. Maddalena trova questa figura nella Madonna, la Madre di Gesù. A lei si rivolgerà ogni istante della sua vita e la chiamerà “Madre”.

Una sconcertante istitutrice
Rimasti con lo zio Girolamo i bambini vennero affidati ad una istitutrice francese, Francesca Capron, che, all’inizio, si dimostrò distinta, colta, pia ed affettuosa, ma ben presto si rivelò una donna scorbutica e falsa.
Un giorno a palazzo Canossa arrivò una nobildonna veneziana che aveva avuto dallo zio l’incarico di esaminare lo studio dei nipoti. La nobildonna disse ai bambini che non avrebbero dovuto studiare il catechismo a memoria. A queste parole Maddalena corse in camera e la scrisse sul suo quaderno di catechismo. Qualche giorno dopo la Capron lesse quella frase e si arrabbiò con Maddalena. Da allora la bambina divenne bersaglio della Capron che iniziò a trattarla con ingiustizia e crudeltà tanto che Maddalena da grande ricorderà la sua fanciullezza come un periodo triste. La risposta di Maddalena a questo comportamento della sua istitutrice fu il silenzio e non mancò mai di ubbidirle.

Il vaso rotto
Un giorno Maddalena ruppe inavvertitamente un prezioso vaso cinese; era terrorizzata e subito si adoperò per raccogliere i cocci dal pavimento. Poi corse dall’istitutrice a raccontarle, in pianto, l’accaduto. La Capron le consigliò di dire una bugia allo zio per evitare il rimprovero, ma Maddalena rimase di stucco.
Per nessun motivo avrebbe detto una bugia; era decisa a raccontare tutta la verità pur sapendo di andare incontro alla collera dello zio.
La risposta di Maddalena fece andare su tutte le furie l’istitutrice che, per castigo, la rinchiuse in un sottoscala. Lo zio Girolamo, che per caso passava da quella parte del palazzo, sentì dei singhiozzi; si fermò meravigliato, andò verso lo sgabuzzino e trovò la nipotina, in pianto, rannicchiata in un angolo. La prese per mano, la condusse nel suo studio e si fece raccontare l’accaduto.
Lo zio capì che Maddalena era una brava bambina e non la rimproverò.

L’istitutrice lascia il palazzo
Maddalena continuò a sopportare le ingiustizie della Capron senza ribellarsi e continuò a non riferire niente allo zio. Le sue sorelle non capivano il suo comportamento e le consigliavano di riferire tutto allo zio, ma Maddalena, ogni volta, mostrava la sua crocetta d’oro che le aveva regalato la sua mamma e diceva: “Gesù ha sofferto ingiustamente ed io voglio continuare a soffrire in silenzio come Lui”.
Un giorno, però, Maddalena non riuscì a trattenersi e fu costretta a ribellarsi alla sua istitutrice. Nel palazzo vi era un professore di italiano per il fratello Bonifacio; la signora Capron ed il professore avevano instaurato una relazione all’insaputa dello zio. Maddalena si rivolse alla istitutrice e le disse che doveva andare via altrimenti avrebbe riferito tutto allo zio. La Capron consigliò allo zio Girolamo di licenziare il professore; dopo poco tempo anche lei capì che era giunto il momento di lasciare il palazzo. Subito dopo la Capron ed il professore si sposarono e Maddalena inviò loro un regalo per le nozze, aveva già perdonato e dimenticato. Intanto la vita al palazzo continuava come sempre: Maddalena era sempre ubbidiente e si offriva ad aiutare tutti. Quando intravedeva qualche povero davanti al cancello del giardino, spariva per le scale e ritornava poco dopo con le mani piene: pane, frutta, vestiti ed il bene più grande: FACEVA CONOSCERE ED AMARE GESU’.

La misteriosa malattia
Ancora giovane, Maddalena fu colpita da una misteriosa malattia che la condusse in breve in fin di vita. La febbre era alta ed il medico, chiamato d’urgenza, non seppe diagnosticare con certezza la natura del male. La violenza della malattia fu tale che, come scrisse in seguito Maddalena, “… dopo sette giorni si trattò di seppellirmi”.
Dopo giornate di sofferenza e di paura, improvvisamente come era venuta, la febbre sparì, ma si manifestò un forte dolore alla gamba che la inchiodò a letto. I dolori alla gamba erano sempre più atroci e si manifestò anche il vaiolo. Maddalena apparve come una lebbrosa, fu necessario isolarla per il pericolo di contagio. Intanto le sorelle pregavano per lei. I parenti erano angosciati perché temevano che Maddalena restasse segnata visibilmente dalla nuova malattia, ma la giovane diceva: Io non devo piacere a nessuno; io mi farò monaca”. Quando Dio volle, il peggio finì. La giovinetta poté lasciare il letto e riprendere la vita normale con la famiglia. Il fisico, però, era debole e rimase segnato per sempre. Il suo corpo non fu più quello di una volta: rimase impacciata nei movimenti. I suoi pensarono che fosse uscita dalla malattia per un miracolo del cielo, ma non immaginarono che Maddalena, avendo ormai il fisico debilitato, avesse iniziato una attività instancabile per i più poveri.

La divina chiamata
Ormai guarita, Maddalena si convinse sempre più della sua chiamata ad amare Gesù; quel Gesù che l’aveva salvata miracolosamente dalla malattia.
Maddalena aveva avuto la chiamata da parte di Gesù, voleva diventare suora, ma a quei tempi non era cosa semplice comunicare una notizia del genere ai familiari; inoltre il matrimonio era un affare di famiglia e non una scelta personale. Toccava ai parenti designare lo sposo. Crescendo, Maddalena sentiva sempre più il dono della carità verso i poveri, i malati, gli orfani ed il prossimo e questo forte interesse per gli altri maturò verso i 14 anni. Proprio per questo abbandonò l’idea di entrare in convento e decise di rimanere al suo palazzo perché voleva dedicarsi ai poveri che quotidianamente affollavano l’atrio per chiedere pane, vesti, soccorso e sorriso. I suoi familiari pensavano che ben presto avrebbe trovato un giovane con cui volare a nozze, ma la goccia che fece traboccare il vaso fu un episodio successo a teatro. Un giovane le fece un complimento, allora Maddalena non perse tempo e dichiarò apertamente la sua vocazione a dedicarsi ai più poveri. Una sera al palazzo vi erano tanti ospiti per una cena di gala e si parlava di matrimonio; Maddalena si rivolse allo zio e disse ad alta voce che aveva scelto per lei lo sposo più bello, più ricco, più buono del mondo: Gesù Cristo. Gli zii, gli ospiti e le sorelle rimasero increduli perché non pensavamo mai ad una cosa del genere, ma negli occhi di Maddalena si leggeva l’amore per Gesù Cristo.

La vita del convento
Anche se a malincuore, lo zio Girolamo dovette accettare la decisione di Maddalena di farsi suora.
Maddalena chiese allo zio ed ottenne di provare a vivere in convento presso le suore “Terese”. Le piaceva tutto della vita delle monache: la preghiera, il digiuno, il silenzio, ma non riusciva a dimenticare i suoi poveri, quei poveri che era solita aiutare davanti al cancello del giardino del suo palazzo. Dopo alcuni mesi, Maddalena abbandonò il convento per fare ritorno al palazzo Canossa dove rimase per poco tempo. Subito dopo Maddalena decise di riprovare e scelse il convento delle “Carmelitane Scalze”. Prima di partire volle ricevere la benedizione della mamma e si incontrarono nella villa della sorelle Laura che nel frattempo aveva preso marito. La mamma Teresa fu felice di rivedere Maddalena e la benedisse per la decisione presa. Ma anche questa esperienza durò pochissimo tempo: Maddalena abbandonò il convento e ritornò al palazzo per dedicarsi definitivamente ai poveri.

I consigli di Don Libera
Tornata al palazzo, Maddalena si affida al suo confessore: il sacerdote Don Luigi Libera che le consiglia di dedicarsi alla casa, alle sorelle ed alla famiglia, senza mai tralasciare i suoi poveri.
Maddalena non perde tempo: la servitù di casa, i poveri che bussano alla porta del palazzo e quelli che lei stessa va a cercare nelle visite all’ospedale, diventano oggetto del suo amore, delle sue premure. Le ragazzine della strada, le povere donne in pericolo sono particolare oggetto della sua attenzione. Per le ragazzine che vivono per strada, Maddalena prepara un posto dove trovare cibo e letto per la notte. Lei stessa fa loro da mamma nei momenti liberi dagli impegni familiari. Impegni che non tralascia perché si adopera ad educare le sue sorelle minori, le accompagna al teatro e le avvicina alla vita pubblica della città.

Maddalena diventa la padrona di casa
Lo zio Girolamo era sposato con la contessa Claudia Maria Buri, una donna giovane, gracile, timida e delicata; per questo lo zio diede l’incarico a Maddalena di dirigere la famiglia.
Maddalena fu pronta e mostrò saggezza nell’amministrare tutte le faccende. Tracciò un piano per portare tutto avanti e senza alcun problema. Pose al centro della vita di famiglia la religione: tutti dovevano raccogliersi per recitare il Rosario, tutti dovevano accostarsi ai Sacramenti e tutti dovevano comportarsi con onestà. Inoltre, tutta la servitù, che Maddalena trattava con massimo rispetto, doveva compiere il proprio dovere, in cambio riceveva la giusta gratificazione. Il suo impegno in casa non gli impedì di continuare il suo lavoro per i più poveri. Continuò ad andare negli ospedali per far visita agli ammalati, consolava i bambini che vivevano per strada, aiutava i poveri, ma la sua passione più grande era sempre una: FAR CONOSCERE ED AMARE GESU’ come accadde con il bambino muto a cui cn tanto amore e tanta pazienza, riuscì a dare l’idea di DIO PADRE BUONO E MISERICORDIOSO.

Maddalena e Carlino
Un grave lutto colpì la famiglia dei Canossa: la giovane sposa dello zio Girolamo fu chiamata alla casa del Padre e Maddalena si prese cura del piccolo Carlino, figlio dello zio Girolamo.
Maddalena sarà per Carlino la seconda mamma; prenderà sotto le sue cure il cuginetto che si affezionerà tanto alla sua nuova mamma.

La fuga a Venezia ed il sogno premonitore
Nel marzo del 1796 i Francesi, guidati da Napoleone Bonaparte, invasero la Repubblica Veneta ed occuparono Verona; molti cittadini abbandonarono la città ed anche Maddalena ed i suoi fratelli lasciarono Verona per rifugiarsi a Venezia.
Gli zii rimasero a Verona e Maddalena dovette pensare a tutto; pur preoccupata per la sorte degli zii riusciva a stare serena e a non far preoccupare il fratello e le sorelle. Le notizie che giungevano a Maddalena da Verona non erano liete: il marito della sorella Laura era stato arrestato, il vescovo aveva rischiato di essere ucciso e gli zii erano sempre più preoccupati. Tutto questo, però, non tolse l’attenzione di Maddalena verso la preghiera, anzi, pregava sempre di più ed una volta disse a Stella, la cameriera fedele che la seguiva sempre: “In queste occasione bisogna pregare il doppio”. Durante questo soggiorno a Venezia, Maddalena ebbe un sogno. Sognò una signora in compagnia di sei giovani donne vestite di un abito marrone, con uno scialle nero sulle spalle, una cuffia nera in testa ed al collo un medaglione dell’Addolorata. La signora chiamò due di quelle giovani e le inviò tra le ragazze ad insegnare catechismo. Ad altre due mostrò una corsia di ospedale invitandole ad assistere e confortare gli ammalati. Poi prese per mano le ultime due e le portò in un’ampia aula dove vi erano tante ragazze. Queste ultime due donne dovevano occuparsi dell’educazione scolastica. Maddalena rimase a Venezia più di un anno, ma quando giunsero i francesi pensò di fare ritorno a Verona.
Prima di ripartire per la sua città, si recò in chiesa per ringraziare la Madonna che li aveva scampati da tanti pericoli.

Al servizio della Carità
Ritornata a Verona, Maddalena si dedicò alla Carità verso i poveri ed aiutò molto i sacerdoti della sua città.
Promosse il catechismo domenicale per i servi delle famiglie nobili, i garzoni dei barbieri; ricevette l’aiuto economico delle sue amiche nobili che settimanalmente versavano una somma di tre soldi da destinare ai bisognosi; si impegnò molto per la correzione della moda femminile; riuscì a togliere dalla strada molte ragazze che decisero di entrare in convento o trovarono marito; massima attenzione aveva per i poveri e gli ammalati, non solo soccorreva tutti gli indigenti che bussavano al suo palazzo, ma li cercava nei loro tuguri. Con un servo e con Stella, carichi di cibi, girava per i vicoli più nascosti, portando ogni ben di Dio ai bisognosi. Frequentava le corsie degli ospedali dove gli infermi e i soldati feriti erano tanti. Un giorno incontrò la contessa Carolina Trotti Durini che dedicava le sue cure ai malati milanesi e fu tentata di seguire le sue orme e raggiungerla a Milano per aiutarla nel suo intento. Ma l’incontro con il vescovo di Verona fu importante: fu proprio il vescovo Avogadro che le consigliò di lavorare da sola e di dedicarsi d all’educazione delle bambine. Tutti questi impegni non la distolsero dal lavoro che portava avanti a casa: accudiva agli zii, ormai anziani, pensava all’educazione dei familiari e governava la casa.

La casa a San Zeno
Al principio del 1779 Maddalena raccolse due fanciulle e le ospitò a sue spese presso una sua compagna. Nel marzo del 1802 le alloggiò in una casa e vi aggiunse una terza giovanetta di nobile famiglia che aveva perso la retta via.
Successivamente riuscì a convincere altre due ragazze a seguirla ed acquistò un alloggio presso San Zeno, il quartiere più malfamato e lurido di Verona. Aveva intenzione di aprire una scuola. Lei, purtroppo, doveva vivere ancora a palazzo, ma passava quasi tutta la giornata con le sue ragazze. Assisteva le ragazze del quartiere con tanta gioia e non sdegnava di lavarle e pettinarle. Molte altre ragazze nobili le chiedevano perché facesse tutto questo e lei rispondeva: “Forse perché sono nata marchesa non posso avere l’onore di servire Gesù Cristo nei suoi poveri?”. La casa di San Zeno andava sempre più a popolarsi e gli impegni per Maddalena aumentavano, tanto che fu tentata di lasciare il palazzo e ritirarsi con le sue povere ragazze, ma gli zii ammalati, Bonifacio che non si decideva a sposarsi e Carlino che la considerava sua “madre” e la teneva tanto impegnata, la tenevano legata a casa. Nel 1804 Bonifacio sposò la contessa Francesca Castiglioni e Maddalena fu più libera perché consegnò a lei le responsabilità nel governo della casa. Gli zii morirono e Carlino venne affidato alle cure di un insegnante, così Maddalena si sentì libera dall’obbligo che aveva assunto alla morte della zia. Finalmente Maddalena poteva impegnarsi completamente nell’aiutare i più poveri.

Maddalena lascia il palazzo
Ormai libera dai suoi impegni a palazzo, Maddalena sentì sempre più il bisogno di dedicarsi completamente ai poveri.
L’occasione le fu offerta quando, al suo palazzo, i familiari dovevano ricevere e dare alloggio a Napoleone Bonaparte. Maddalena incontrò Napoleone che seppe delle sue opere per i poveri e la stimò tantissimo. Maddalena chiese allo zio Girolamo di potersi ritirare fra le sue ragazze per il periodo in cui Napoleone avrebbe occupato il palazzo. Quando Napoleone andò via, Maddalena fece sapere, allo zio Girolamo ed al fratello Bonifacio, che non sarebbe più  tornata a casa. Fu il finimondo. Una mattina, Maddalena, si vide arrivare nella casa di San Zeno, la cognata Francesca che cercò di convincerla a tornare. Lo zio ed il fratello le consigliavano di tornare a casa, cercare una sistemazione migliore per i suoi poveri e poi lasciare definitivamente il palazzo. Maddalena tornò a casa, ma era convinta di riprendere la sua strada. Subito si diede da fare per cercare l’edificio adatto, ma sempre nel quartiere San Zeno. Solo dopo due anni, il 1 aprile 1808, riuscì ad ottenere da Napoleone il monastero dei Santi Giuseppe e Fidenzio, dove vi erano state le Suore Agostiniane. Maddalena fece eseguire le riparazioni più urgenti e si trasferì con le sue ragazze e le maestre che l’aiutavano nell’arduo compito di Carità. Finalmente poté seguire la sua strada. Si congedò amorevolmente dai suoi, volgendo per sempre le spalle al suo palazzo principesco, ed andò a vivere da povera con i poveri.

Fondatrice delle Figlie della Carità
Era l’8 maggio del 1808 quando Maddalena entrò con le sue compagne e un numeroso gruppo di ragazze povere nel monastero che Napoleone le aveva concesso.
Aveva da poco compiuto 34 anni ed era sempre più convinta della sua vita per i poveri. Organizzò le scuole ed il catechismo, più tardi anche l’assistenza ai malati in ospedale. Realizzava così quel sogno fatto a Venezia: scuola, catechismo ed assistenza ai malati. Le ragazze erano accolte a scuola sia il mattino sia il pomeriggio e ricevevano lezioni scolastiche ma anche istruzioni pratiche per i lavori da donna. Molto tempo le ragazze dedicavano alla preghiera del Santo Rosario. L’opera di Maddalena portò subito i suoi frutti. Il vescovo di Verona scrisse al governatore imperiale dicendo che nel quartiere San Zeno, dove prima abitava gente rozza, senza religione, dove regnava la scostumatezza e la malavita, adesso vi era gente più civile e i disordini erano stati corretti. Maddalena fu presa come modello da 2 sacerdoti che avevano iniziato, a Venezia, un’opera uguale a quella di San Zeno. La stessa Maddalena si recò a Venezia per aiutarli. Ritornata a Verona, Maddalena, scrisse le Regole delle Figlie della Carità che servirono a regolare la vita delle maestre, delle aiutanti e delle ragazze che frequentavano la casa di San Zeno. Le difficoltà non diminuivano, infatti Maddalena era costretta a chiedere elemosina. Inoltre a Venezia era scoppiata una guerra tra Francesi ed Austriaci che volevano riprendere il dominio della città. Le ragazze povere che frequentavano la casa di San Zeno aumentavano e Maddalena dovette cercare un’altra casa più grande. Intanto in città scoppiò una terribile epidemia e Maddalena si dedicò alla cura degli infermi più repellenti. Finalmente arrivarono le prime soddisfazioni: il papa Pio VII concesse l’approvazione dell’Istituto; nasceva così l’Ordine delle Figlie della Carità. Poco dopo anche il Governo Imperiale concedeva il riconoscimento e l’autorizzazione a Maddalena ed alle sue compagne di indossare l’abito uniforme, quell’abito che Maddalena aveva sognato a Venezia.

Maddalena “Madre”
Ben presto le donne che decisero di seguire Maddalena aumentarono e furono aperte altre case delle Figlie della Carità. Maddalena tenne un rapporto con tutte le Superiori delle case e dava consigli a suore ed aiutanti; con tutte si comportava da “Madre”.
Maddalena volle impegnarsi anche nell’istituzione maschile.
Nel 1820 a Bergamo e poi a Milano nasceva la Congregazione dei Figli della Carità. In questo nuovo lavoro ed impegno verso l’educazione maschile, Maddalena ricevette l’aiuto di un sacerdote veronese: Don Antonio Provolo.Don Antonio trovò una casa non poco lontano dall’Istituto San Giuseppe a San Zeno e qui iniziò l’opera educatrice verso i bambini sordomuti. Un altro sacerdote seguì le orme di Maddalena: Don Francesco Luzzo. Don Francesco si adoperò a sistemare una casa dove accogliere i ragazzi ed i giovani in difficoltà.

Verso il tramonto
La salute di Maddalena era sempre stata malferma e negli ultimi anni tutti notavano quanto ella fosse affaticata e debole. Si accentuarono i dolori alle braccia, alle gambe ed al petto.
Accorgendosi lei stessa di non essere più in grado di intraprendere viaggi per visitare le numerose case che erano sorte, scrisse una lettera per salutare le tutte suore.
Dopo averle ringraziate con affetto per il loro lavoro svolto per i poveri, raccomandava loro di continuare a pregare; le esortava all’osservanza delle Regole, all’amore, all’obbedienza ed all’umiltà. Prima di morire volle ritornare nella sua cella dell’Istituto San Giuseppe a San Zeno. Qui rimase a letto e le sorelle dovettero chiamare spesso il medico perché stava male. Dopo molti giorni di sofferenze, Maddalena chiese di essere aiutata ad alzarsi per recitare tre Ave Maria.
La sostennero tra le braccia e, con tenerezza, iniziò in piedi la preghiera.
Alla terza Ave Maria si piegò sulle ginocchia, emise un grido di gioia spalancando le braccia e levandole in alto, poi incrociò le mani e reclinando il capo morì.
Erano le 7 pomeridiane del 10 aprile 1835, venerdì di Passione, sacro alla Madonna Addolorata.
Maddalena aveva 61 anni, 1 mese e 9 giorni.

Santificazione
La notizia della morte di Maddalena si diffuse ben presto nel quartiere di San Zeno e tutti iniziarono a dire: “E’ morta la marchesa! E’ morta la santa!”
Per tutti fu subito un esempio di vita.
Maddalena è ricordata come la “marchesa dei poveri”, per i quali lasciò tutto, la sua famiglia, il suo palazzo e dedicò tutta la sua vita.
Il 7 dicembre 1941 fu proclamata Beata dal papa Pio XII.
Giovanni Paolo II, il 2 ottobre 1988, la proclamò Santa.

L’Opera di Maddalena
Alla morte di Maddalena, successe alla guida dell’Istituto delle Figlie della Carità la segretaria della Fondatrice: Madre Cristina Pilotti che ben presto fu chiamata alla casa del Padre.
Al suo posto fu nominata Angela Bragato. Con lei l’Istituto iniziò una larga espansione con la fondazione di numerose case in Lombardia e nel Veneto.
Nel 1860 cinque figlie di Maddalena di Canossa giunsero ad Hong Kong. L’iniziativa ebbe successo ed in pochi anni nacquero scuola, orfanotrofi, ospedali, opere di catechismo per bambini, giovani ed adulti.
A Hong Kong, dopo 8 anni, le Canossiane penetrarono nell’immenso Impero cinese ed avviarono una meravigliosa fioritura di case.
Nel 1889 misero piede in India e nel 1990 in America Latina, negli Stati Uniti, in Australia ed in Africa.
Oggi sono presenti in venti Paesi di tutti i Continenti.
Le Figlie ed i Figli di Maddalena di Canossa, memori dell’avvertimento della Madre che “Gesù Cristo non è amato perché non è conosciuto”, continuano nel mondo la sua opera apostolica tra i poveri ed i piccoli, mantenendo viva la sua eredità spirituale.